Io so ben che non vale
Beltà né giovanezza incontro a morte;
E pur sempre ch’io ‘l veggio m’addoloro:
Che s’io nol veggio, il mio desir prevale,
Tanto ch’io spero pur che l’enea sorte
Altrove ad altri casi ad altri tempi
Riservi i tristi esempi;
Fin che dal mal presente è sbigottita
La misera speranza.
Com’or che a l’occidente di sua vita
Veggio precipitar questa dogliosa,
Poi ch’altro non m’avanza,
Già mai di lagrimarla io non fo posa.
Ed è pur tanto bella
E tanto schietta e in così verde etade,
E poco andrà ch’io potrò dire, è morta,
È morta e non risponde: ahi poverella!
Che dolor, che lamento, che pietade,
Chiusi quest’occhi, e morto questo volto,
E ‘l popolo raccolto
Dirle per sempre addio, ch’esser doveva
Tanto tempo fra noi;
Or non so chi né come ce la leva:
Solo a pensarlo mi si schianta il core,
Ben ch’i parenti tuoi
Son d’altro sangue, e tu sei d’altro amore.
Quando de l’infelice
Viemmi talun recando aspre novelle,
Mi studio quanto so farle più levi:
Chi sa? dunqu’esser puote? or chi tel dice?
Tal patteggiando vo con quello e quelle:
Ma d’ogni patto il nunzio si disdegna,
E quanto può s’ingegna
Ch’io creda ch’e’ non disse altro che vero,
E provando mi scaccia
D’ogni rifugio in sin ch’io mi dispero,
E veggio ben che tu ci lasci soli,
E la tua bella faccia
Poco può star che sempre a noi s’involi.
Deh che mostra per Dio
Quel sospiroso e languido sembiante
Che par che dica, io di pietà son degna,
Che nacqui sfortunata. Io ‘l so ben io,
Tristo me tristo me; questa di tante
Sventure ch’io sostenni è la più dura.
Ahi ahi, ma così pura
E così vaga, dì, forse che stai
Temendo di morire?
Non temer, non temer, che non morrai;
Non può mai far. Non vedi? io pur saria
(Che t’ho certo a seguire)
Vicino a morte, e son quello di pria.
Dico ch’io t’ho per certo
A seguitar, che s’a la tua non viene
Dietro la vita mia, partir non puote;
Né so perché, ma pur mi sembra aperto,
Ben che d’amarti il vanto altri si tiene.
Ch’io dica, è morta quell’istessa, quella
Ch’io veggio? e mi favella?
Or s’ella è morta, ed io come son vivo?
Questo io so che mai vero
Non fia, ch’a intender pure io non l’arrivo.
Fa cor fa cor, che senza fallo alcuno,
Passato il tempo nero,
Conterem questi affanni ad uno ad uno.
Misero me, che invano
Lusingando me stesso a un tempo e lei,
Rinforza il male, e ‘l gran dolor s’accosta.
Deh per pietà non sia cor sì villano
Che non si mova a sovvenir costei;
Deh troviam qualche via, troviam qualch’arte,
Che questa se ne parte,
E s’altri non l’aita, ha poco andare.
Oimè nulla non giova?
Io non so far che ‘l creda: io vo’ provare
Io stesso, io vo’ vedere. E ‘l veggio bene,
Sciaurato, per prova
Che disperarmi al tutto mi conviene.
Poveri noi mortali
Che incontro al fato non abbiam valore.
Sta come sconcio masso, e noi ghermito
Meglio che può con queste braccia frali,
Poniam di sbarbicarlo ogni sudore;
Ma quello è tal da poi, qual fu davante.
Ed io pregando quante
Possanze ha ‘l cielo, e tutto foco in faccia,
E ambasciato e sudato,
E stese fortemente ambe le braccia,
Perir vedrotti, ch’io nulla non posso
A contrastarlo, e ‘l fiato
Tardar che da’ tuoi labbri in fuga è mosso.
Dunque o donna, morrai?
Sì certo, sì, né cosa altra mi resta
Se non che moribonda io la consoli.
O cara mia, confortati: se mai
Tua gente e me con lei tutta funesta
Vorrà far Dio, ripiglia cor: natura
N’ha fatti a la sciaura
Tutti quanti siam nati. Anima mia,
Non pianger: gli occhi gira;
Qual puoi veder che misero non sia?
Ben che ti par, non ti verrà trovato.
Or poi che si sospira
E piange invano, offriamci al nostro fato.
Vero è che la fortuna
È teco più spietata che non suole
Che ‘l fior di giovanezza ti rapisce:
Pur datti posa; han di piacere alcuna
Sembianza i mali estremi. Or vedi, il sole
Non andrà molto ch’io sarò sotterra,
Che se ‘l veder non erra,
Anche a me breve corso il ciel misura;
E pur di mia giornata
Son presso a l’alba, né di morte ho cura,
Ché qual mai visse più, quei visse poco,
E chi diritto guata,
Nostra famiglia a la natura è gioco.
Ma questo ti conforti
Sopra ogni cosa, ch’innocente mori,
Né ‘l mondo ti spirò suo puzzo in viso.
Tutti tuoi pari andran tosto fra’ morti,
E avranno il più di lor fracidi i cori;
Che questo mondo è scellerata cosa,
E quel mal che non osa
Candida gioventute, è scherzo al vile
Senno d’età provetta,
E nefanda vecchiezza; e in cor gentile
Quel che natura fe’ spegne l’esempio,
Tanto che poco aspetta
Quel giusto ed alto a farsi abbietto ed empio.
E te pur lorda avria
L’indegna mota che sei tanto bianca;
Tutti, qualunque ha più robusto il petto,
Io de’ malvagi io fora o donna mia,
E sarò pur se ‘l tempo non mi manca,
Che virtù prezzo più che gioventude,
E se virtù non chiude
Fuggo beltà che pur m’è tanto cara;
Me, s’io non ho già presso
L’ultimo sol, me di sua pece amara
Imbratterà la velenosa etade,
E questo core istesso
Fia di malizia speco e di viltade.
Or ti rallegra o sventurata mia:
Tutto ti toglia l’implacanda sorte;
Non l’innocenza de la corsa vita
Non ti torrà né morte
Né ‘l cielo né possanza altra che sia.
Fra nequitosa gente,
Qual se’ discesa, tale a la partita,
Cara, o cara beltà, mori innocente.

Giacomo Leopardi
Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
Stanze, e le vie dintorno,
Al tuo perpetuo canto,
Allor che all’opre femminili intenta
Sedevi, assai contenta
Di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
Così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
Talor lasciando e le sudate carte,
Ove il tempo mio primo
E di me si spendea la miglior parte,
D’in su i veroni del paterno ostello
Porgea gli orecchi al suon della tua voce,
Ed alla man veloce
Che percorrea la faticosa tela.
Mirava il ciel sereno,
Le vie dorate e gli orti,
E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
Lingua mortal non dice
Quel ch’io sentiva in seno.
Che pensieri soavi,
Che speranze, che cori, o Silvia mia!
Quale allor ci apparia
La vita umana e il fato!
Quando sovviemmi di cotanta speme,
Un affetto mi preme
Acerbo e sconsolato,
E tornami a doler di mia sventura.
O natura, o natura,
Perché non rendi poi
Quel che prometti allor? perché di tanto
Inganni i figli tuoi?
Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,
Da chiuso morbo combattuta e vinta,
Perivi, o tenerella. E non vedevi
Il fior degli anni tuoi;
Non ti molceva il core
La dolce lode or delle negre chiome,
Or degli sguardi innamorati e schivi;
Né teco le compagne ai dì festivi
Ragionavan d’amore.
Anche peria fra poco
La speranza mia dolce: agli anni miei
Anche negaro i fati
la giovanezza. Ahi come,
Come passata sei,
Cara compagna dell’età mia nova,
Mia lacrimata speme!
Questo è quel mondo? questi
I diletti, l’amor, l’opre, gli eventi
Onde cotanto ragionammo insieme?
Questa la sorte dell’umane genti?
All’apparir del vero
Tu, misera, cadesti: e con la mano
La fredda morte ed una tomba ignuda
Mostravi di lontano.
Giacomo Leopardi- '«Per una donna inferma di malattia lunga e mortale»'

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